Il venerdì d’autore tra libri, vino e piccole cose

  • 12 Maggio 2017
  • Blog

“I nomi che diamo alle cose” di Beatrice Masini arriva in Valpolicella

Venerdì 5 Maggio 2017, alle ore 20:45, in Villa Brenzoni Bassani a Sant’Ambrogio di Valpolicella si è tenuto l’evento “Venerdì d’autore” organizzato dall’Associazione Botta&Risposta in collaborazione con il Club delle Accanite Lettrici (e Accaniti Lettori) e con il Patrocinio del Comune di Verona e del Comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella. Ospite della serata Beatrice Masini, giornalista, traduttrice, editor, che ha presentato il suo ultimo libro “I nomi che diamo alle cose”, edito da Bompiani (2015). Al termine, una degustazione di vini del territorio – Amarone e Valpolicella Classico – proposti da Tedeschi Wines e un buffet della pasticceria La Dolce Linea.

Beatrice Masini sceglie le piccole cose, quelle di tutti i giorni e dà loro un nome preciso. Lo racconta al “Venerdì d’Autore” in un dialogo aperto e diretto con la scrittrice Mariapia Veladiano, già ospite all’evento con i romanzi “La vita accanto” (Einaudi, 2011), “Il tempo è un Dio breve” (Einaudi, 2012) e “Una storia quasi perfetta” (Guanda, 2016). Il dialogo si apre con una particolare attenzione rivolta al titolo, in cui si identifica il ritmo delle parole tipico della poesia, rintracciabile in autori illustri quali D’Annunzio, Pascoli e Montale. È proprio l’autrice del romanzo, in proposito, ad affermare: «Trovo che tutte le parole siano importanti tanto per il suono quanto per il senso. Spesso senso e suono vanno insieme e nella poesia questo succede in modo estremo, cercato, deliberato». L’uso delle parole – quelle giuste – lo conosce bene anche Anna, la protagonista, che si ritrova catapultata «in una casa che non è la sua, in un ambiente in cui non ha radici» e lo spiega proprio nel quarto di copertina con una frase che, durante la serata, è piaciuta a tutti i presenti: «Più il tempo passa più mi piacciono le cose semplici, elementari, lisce come sassi su una riva. Bello, buono, pane, cielo, bene, male, cosa. Ci vuole coraggio, suppongo, a farne uso». Al contrario di Iride Bandini, l’altra protagonista, che ha trascorso la sua vita alla ricerca delle parole “speciali”.

L’attenzione, per tutto il romanzo, non poteva che essere sui nomi. Nomi di cose, di case (Villa Biglia), di donne (Iride), di uomini (Tiziano), di bambini (Gregorio), scelti con singolare semplicità, eleganza, gusto raffinato e originalità. Nel romanzo si trovano riferimenti a Fernando Bandini – la cui curiosità arriva, appunto, dal cognome della seconda protagonista, Iride – , poeta vicentino del Novecento.

Ecco qui la trama del libro:

Spesso quando si desidera distrattamente qualcosa si finisce per ottenerlo senza sapere che farsene. È quello che scopre Anna, quarant’anni, un passato prossimo doloroso e irrisolto, un presente di lavoro-passione e leggerezza forzata, quando Iride Bandini, celebre autrice per ragazzi conosciuta anni prima, le lascia in eredità una piccola casa, la portineria della sua proprietà: un curioso, eccessivo gesto di gratitudine che invita Anna a cambiare vita senza rifletterci troppo. Dalla città alla campagna, passato un periodo in solitario nuovi legami s’impongono, si rendono necessari: un capomastro gentile e devoto, l’ex segretaria e il figlio irrequieto della scrittrice, uno sceicco che non è uno sceicco, una coppia di contadini con bambine, tutti sembrano volere qualcosa da Anna, come se la sua presenza in quel luogo non fosse quasi casuale ma richiesta. E poi c’è una raccolta di fiabe inedite ritrovate in una scatola di latta, ci sono le storie di guerra e d’amore che solo certe case sanno raccontare, e i conti da fare coi propri nodi quando continuano a stringere, a far male. Un romanzo che parla della cura degli altri e delle cose, di madri buone e figli cattivi o viceversa, di vino, cani e fantasmi, del peso da dare a ciò che si fa e alle parole che si scelgono per definirlo.

 

I nomi che diamo alle cose” è senza dubbio un libro profondo, ispirato, dal grande valore intrinseco del senso vero della vita, della bellezza delle cose piccole ed essenziali, di maternità e paternità sfiorata – «che è il mestiere più difficile al giorno d’oggi» afferma l’autrice – , di scrittori bugiardi lontani dallo stereotipo comune sempre sorridenti e divertenti, di rinuncia, di virtù, di infanzia e di coraggio.

L’incontro si è concluso con la domanda di Roberta Cattano, traduttrice editoriale e collaboratrice redazionale, Presidente dell’Associazione Botta&Risposta e del Club delle Accanite Lettrici, «Ma tu, quanto leggi?», a cui l’autrice ha risposto così: «Io ho la fortuna di essere pagata per leggere. Leggo tanto, leggo anche per lavoro. Sono pagata anche per scrivere, ma leggere è meglio».

Ecco una citazione direttamente dal libro, pag. 128: “Mettersi in ascolto è come vagare in un’immensa biblioteca a cielo aperto, e per forza ci vuole un tetto di niente, perché non ci sono limiti, non si possono chiudere in una stanza o in un palazzo le storie delle cose del mondo. A volte pone i suoi problemi, perché chiede complicità e opinione, e alla fine ci si macchia anche a prendere tra le dita, pianissimo, un’ala di farfalla. Ma è la vita che è sporca. Se ci si occupa di vita non si può restare puliti.

Un Rilassati e Leggi! – il motto del Club – a Beatrice Masini e al suo romanzo, che le Accanite Lettrici consigliano… accanitamente.

Serena Mazzurana